Macchine da stampa

Che rumore fa una macchina da stampa?

Paff paff? O tamp tamp?

L’ho ascoltato tante volte, eppure non saprei descriverlo. Forse perché non ha nulla di naturale.

Forse perché, non è un suono che voglio veramente ascoltare.

Ma posso descriverne invece l’odore: quello è difficile da scordare. Acre e pungente come catrame.

Prima che me ne renda conto, sono in apnea come quando mamma si fermava ad un distributore di benzina.

Eppure, in qualche modo, lo trovo più rassicurante del profumo che inebriava gli uffici asettici in cui mi trovavo fino a ieri.

Sono nello stesso edificio, nella stessa azienda, eppure mi sembra di trovarmi in due mondi separati.

Le pareti qui sono gialle ocra. Sopra erano bianche ospedale.

Al pianoterra, i macchinari coprono la maggior parte dello spazio. Grigi come palazzi.

A ben pensarci, questo posto ha le stesse fattezze di una città con le sue strade e le sue regole.

Il tutor mi fa segno di avvicinarmi al macchinario centrale. “Questo pulsante verde serve ad avviare la stampa, questo rosso invece, per fermarla.” Mi istruisce.

“E quello giallo?” Chiedo interessata.

“Questo per ora non ti serve.” Mi dice scuotendo la mano.

La mia curiosità non è d’accordo. Ci sono così tanti tasti colorati su quel piano grigio e altrettanti sullo schermo bianco.

Vorrei provare a premerli. A disobbedire a queste regole che posso conoscere solo per metà.

Alzo lo sguardo sul macchinario che ho di fronte: è più alto di me di almeno un metro. In confronto mi sento piccola e insignificante. Eppure, premendo un solo tasto, potrei combinare un bel pasticcio. Potrei mandare in crisi quegli ingranaggi.

“Vieni con me. Adesso ti faccio vedere come si cambiano gli inchiostri.” Mi richiama il mio tutor. Lo seguo ovviamente.

Saliamo una scaletta mettallica larga il giusto per poter riuscire a salire con sicurezza, ma non troppa.

Da quell’altezza la visuale è decisamente migliore.

Mi rendo conto che quello stanzone con i macchinari, non è poi così grande come pensavo. Le pareti in fondo al locale sono ricoperte da scaffali stracolmi di scatole di materiali da fare o spedire. Gli stessi che poi dovrò preparare, uno ad uno, per tutte le sette ore di lavoro successive.

I computer sono quasi assenti rispetto al piano superiore. Sento il nodo allo stomaco allentarsi a questa vista. Come se questa semplice consapevolezza possa aiutarmi a vivere meglio questo spazio.

I pochi schermi luminosi che saltano all’occhio sono quelli delle macchine. Macchine il cui ciclo di vita si limita a copiare all’infinito.

“Menomale che sono macchine”, penso, “sarebbe una noia mortale condurre una esistenza così monotona.”

Subito dopo però, trattengo una risata amara. “Perché la mia vita effettivamente è molto diversa dalla loro.” Mi apostrofò sarcastica, mentre scendo l’ultimo gradino, prima di toccare nuovamente il suolo.

~*~

P.s. non sto parlando di macchine da stampa.

Medina Vita

Come ritrovare la Miglior Versione di Te in piccoli e sostenibili passi

https://www.meddyvita.com
Avanti
Avanti

Se i problemi fossero gocce di pioggia