Serendipity: il mio primo incontro con un’antropologa


«Do you know what serendipity means?»

Mi chiese una donna alta e robusta, avvicinandosi a me. Quell’approccio diretto mi spiazzò tanto quanto la domanda insolita che lo accompagnava.

«Not precisely», risposi esitante, con il mio inglese maccheronico.

Lei sorrise e iniziò a spiegarmi il significato di quella che, a suo dire, era una parola bellissima.

Non riuscii ad afferrare tutto ciò che diceva, ma il mio sguardo rimase catturato dalla luce che le brillava negli occhi. Ben presto mi resi conto di aver smesso di ascoltarla. Così, quando un cameriere ci richiamò al tavolo assegnato, interrompendo quel flusso di parole, mi sentii sollevata: non avrei dovuto faticare per trovare una risposta adatta.

Ma quello che non sapevo all’epoca era che proprio quella sera, a quel tavolo, avrei sperimentato la serendipità menzionata da quella donna singolare.

«Meddy, let me introduce you Dr. Johnnetta B. Cole. She is an anthropologist!»

Il cuore mi fece un balzo nel petto.

Un’antropologa! Un’antropologa vera! Urlai mentalmente.

Lei mi accolse con gioia, come se ci conoscessimo da sempre, e mi invitò a sedermi accanto a lei così che potessimo condividere il nostro amore per l’antropologia.

Mentre parlavamo, la osservai attentamente e mi accorsi che non avevo mai percepito l’antropologia una professione così concreta come in quel momento.

Guardandola, mi resi conto che se avessi continuato i miei studi, sarei potuta diventare esattamente come lei:

Un’antropologa nera con un reddito stabile - cosa non scontata nel nostro settore- e che porta un contributo importante alla comunità studiata, nel suo caso quella afroamericana.

Mi raccontò delle sue esperienze lavorative, tra cui la collaborazione con la Disney come consulente culturale per il film Soul.

Nell’ascoltare la sua esperienza, sentii la mia mente aprirsi a scenari che non avevo mai nemmeno preso in considerazione.

Quindi gli antropologi possono fare anche questo? Pensai con stupore.

Quando le dissi che forse, di lì a pochi mesi, mi sarei trasferita in California per studiare all’Università di Santa Barbara, si illuminò e mi chiese di scambiarci i contatti.

Vedere quella donna, che per me era già diventata un modello, chiedermi con interesse genuino il numero di telefono per restare in contatto, mi riempì di incredulità e felicità.

Subito dopo aver salvato il mio numero, mi disse che da quel momento sarei stata la sua “Dear Mentee”, la sua allieva, e che avrei potuto considerarla la mia mentore, in antropologia e non solo.

A quelle parole, i miei occhi diventarono lucidi e capii che tra di noi si era creato un legame che solo la stessa pelle e passione per la stessa professione possono creare.



Mantenne la parola: tutti i messaggi che ci scambiammo nei mesi successivi li iniziò con My dear Mentee, e li firmò con Your Mentor, Dr. C.

Circa un anno dopo da quell’incontro, mentre mi trovavo a studiare a Santa barbara (sì, ce l’avevo fatta), mi imbattei nuovamente nella parola serendipity, ricordandomi della donna che mi aveva introdotto a quel concetto.

Decisi così di cercarne (finalmente) il significato e quello che trovai mi lasciò a bocca aperta:

Era davvero una parola bellissima.

E, soprattutto, descriveva perfettamente ciò che avevo vissuto quella sera di fine gennaio un anno prima.

Perché io, in Florida, inizialmente non ci dovevo nemmeno andare: c’era la sessione invernale e le prime lezioni che mi sarei persa.

Ma poi il buon senso aveva lasciato il posto a un sano menefreghismo, consapevole che certe opportunità non accadono tutti i giorni.

Adesso, tre anni dopo, mi rendo conto che lasciandomi guidare dal mio intuito, mi sono ritrovata nel posto giusto almomento giusto.

Se avessi dato priorità all’università, non avrei mai incontrato la donna che mi ha motivato a perseguire questa strada negli anni successivi. La donna che mi ha dato la forza di non arrendermi anche quando è stato difficile e sconfortante credere in questo sogno.

Perché l’antropologia non è una professione che si trova.

È una professione che si crea.

Ma in fondo, è proprio per questo che mi sono innamorata di questa disciplina.

Ancora adesso, quando ci ripenso, fatico a credere di aver realmente vissuto un tale episodio fortuito… perché è proprio questo che significa serendipity:

Imbattersi in una sorpresa non preventivato, ma capace di cambiarti la vita.

Questo incontro mi ha insegnato che l’antropologia non è solo una disciplina da studiare, ma un modo di guardare il mondo, di incontrare gli altri e di lasciarsi trasformare da ciò che non avevamo previsto.

È da qui che nasce questo spazio.

Un luogo in cui esplorare storie, persone e culture, con la curiosità di chi sa che le cose più importanti spesso accadono per caso.

Medina Vita

Come ritrovare la Miglior Versione di Te in piccoli e sostenibili passi

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